evden eve nakliyat

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Il professor Kearns, protagonista di Flash of Genius, non e’ solamente un docente universitario di elettrotecnica alla facolta’ di Ingegneria della Case Western University. Forse e’ un pazzo visionario. Un incosciente. Altri potrebbero scorgere invece nel suo personaggio una sorta di eroe della modernita’ e del progresso. Con l’occhio dello scienziato sociale vedo in lui un inventore che tenta di diventare un imprenditore. Il film ci racconta il suo percorso, difficile e difficilissimo, dal punto di vista legale, ma soprattutto dal punto di vista umano. Oltre alle battaglie nelle aule dei tribunali, vedrete anche la storia di un amico tradito dai suoi fidati colleghi, la storia di un marito abbandonato, di un padre disprezzato, di un uomo lasciato solo. E’ un film molto intimo, in cui anche il silenzio diventa voce. In cui gli sguardi sono molto piu’ eloquenti di tante parole.

I temi fondamentali e le chiavi di lettura con cui vorrei introdurre questo film sono cinque: il sogno americano, il binomio denaro-felicita’, l’amicizia, la famiglia ed infine l’imprenditorialita’.

Ad una prima analisi questo film sembra una denuncia su sistema economico americano, sulle sue ingiustizie sul capitalismo selvaggio, sui tribunali e sulla prepotenza delle grandi super corporation. Un legal thriller su un colosso multinazionale che schiaccia i diritti del singolo inventore, del piccolo imprenditore, del potenziale subfornitore. Mi pare invece che il film focalizzandosi sul professor Kearns, metta al centro della storia la persona umana, con i sui pregi ed i suoi difetti, con la sua dimensione affettiva, le sue patologie, le sue aspirazioni, le sue debolezze. La sua irrequietezza e la sua grande forza di intraprendere all’inizio e di intraprendere un nuovo percorso.
Il punto di partenza per contestualizzare questo film e’ senza ombra di dubbio il cosiddetto sogno americano ed i concetti di liberta’ e successo che permeano la societa’ americana fin dalla Dichiarazione di Indipendenza. Tutti voi conoscete la storia di Barack Obama, egli e’ l’emblema del sogno americano. Fin dai primi anni di scuola viene insegnato ad ogni bambino americano che con le proprie forze e’ possibile arrivare a realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni, assicurando un futuro alla propria famiglia e portando avanti con successo le proprie battaglie. Politiche come nel caso di Obama o imprenditoriali come nel caso del nostro Professore. Lo stesso Henry Ford era un figlio di agricoltori irlandesi ed ha costruito da solo la sua fortuna, incarnando in tal modo il mito del sogno americano. Probabilmente avete sentito parlare di Andrew Carnagie e John Rockfeller, poverissimi durante l’infanzia e creatori di immensi imperi finanziari. Sono i grandi miti del sogno americano e del capitalismo americano. Ogni cittadino nasce libero e puo’ riconoscere e sfruttare le opportunita’ che gli si presentano per aggiungere la propria felicita’. In particolar modo puo’ e deve ricercare il successo economico e lavorativo. E’ questo uno dei pilastri del capitalismo imprenditoriale che nel corso dei secoli ha reso gli Stati Uniti una potenza a livello mondiale. Sia chiaro, non sto dipingendo una societa’ perfetta, sto cercando solo di delineare questo pilastro della cultura americana che costituisce il punto di partenza di questo film.
Poiche’ quella americana e’ una societa’ intrinsecamente e costituzionalmente capitalista, il secondo tema offerto dal film e’ il denaro, o meglio il binomio denaro-felicita’. La domanda e’ antica, ma sempre attuale. Sono davvero i soldi a fare la felicita’? Lo vedrete nella scena del ristorante (naturalmente non vi svelo in quale punto e perche’ i personaggi si trovano al ristorante). Come reagiranno i protagonisti di fronte al trade-off denaro-felicita’? E come avrebbe reagito ciascuno di noi?
Il terzo tema e’ quello dell’amicizia o meglio della fiducia tradita. Vecchi amici di infanzia e colleghi che voltano le spalle, rapporti umani che si deteriorano e sono sempre piu’ difficili, fino ad arrivare, grazie ad una escalation di difficolta’ personali e lavorative ad una fase di instabilita’ psichiatrica e alla malattia. Anche questo e’ un tema profondo, che lascia il segno nello spettatore, anche se viene affrontato dal regista con delicatezza, quasi facendo un passo indietro.
Il quarto tema e’ quello della famiglia ed in particolare il rapporto con il coniuge ed il rapporto con i figli. Un tema che viene trattato con estrema dolcezza e tenerezza dal regista. E che sicuramente tocchera’ le piu’ profonde e nascoste corde del vostro cuore di spettatori. Nel film osserverete la famiglia felice – “il mio consiglio di amministrazione” la chiama affettuosamente il prof. Kearns. Una moglie che comincia a partecipare entusiasta al business del marito, i figli orgogliosi del loro papa’ inventore ed imprenditore. Ed assisterete anche al dissolversi di questi idillio familiare ed una sua lenta e difficile ricostruzione.
La quinta chiave di lettura che vi propongo e’ quella piu’ vicina ai temi di cui mi occupo personalmente. Soprattutto la prima parte del film affronta il tema dell’imprenditorialita’, ed in particolare della trasformazione di una invenzione in innovazione grazie alla creazione di un nuovo business. E’ esattamente il processo che quotidianamente studio, analizzo, codifico.
Schumpeter (1912) fu il primo ad evidenziare una distinzione netta tra innovazione ed invenzione. Mentre l’invenzione può essere definita come il concepimento di un’idea nuova come risultato dello sforzo del singolo, l’innovazione è invece il risultato del processo che industrializza questa invenzione e la fa diventare prodotto/servizio sul mercato. L’atto di introdurre nuove combinazioni economiche (ossia di innovare) viene definito da Schumpeter con il termine di impresa, mentre i soggetti economici che compiono questa azione prendono il nome di imprenditori.
Per lungo tempo gli imprenditori non sono stati sufficientemente considerati dalle scienze economiche. Sembra quasi paradossale ma l’economia preoccupata dalla teoria del prezzi e dalla allocazione perfetta delle risorse, si e’ dimenticata del demiurgo di ogni mercato, l’imprenditore. O meglio gli imprenditori sono stati assimilati dal pensiero economico ad una semplice funzione di produzione e relegati a meri organizzatori della produzione. Oggi le moderne teorie sull’imprenditorialita’ (Baumol, Shane, Timmons, Daviddson, Sarasvathy) hanno rimesso al centro del dibattito l’imprenditore. Scrive ad esempio il sociologo tedesco Werner Sombart “La forza motrice nell’economia capitalista moderna e’ l’imprenditore capitalista e lui soltanto. Senza di lui nulla si muove”. (Il capitalismo moderno, cap XXXI). Anche il modello economico delineato dalle encicliche della DSC riconosce la centralita’ dell’imprenditore (Centesimus Annus, Sollecitudo Rei Socialis). Uno dei padri fondatori dell’economia sociale di mercato Wilhelm Rhoepke scrisse “L’ imprenditore e’ come il capitano di una nave. Il suo compito principale e’ di navigare continuamente nel mare del mercato, che e’ imprevedibile, poiche’ dipende dalla natura umana”.
Oggi direi che la cultura ottocentesca che dipingeva l’imprenditore come uno sfruttatore capitalista e’ ormai superata e prevale una visione positiva dell’imprenditore. Anche se non mancano casi di grandi corporation che si comportano come la Ford. L’imprenditore – e lo si vede bene in questo film – e’ innanzitutto una persona umana e non una funzione matematica o un oppressore della liberta’ altrui. Dell’imprenditore come agente ed animale sociale oggi studiamo:
- la psicologia che direttamente influenza il suo operare e le sue strategie
- l’ecosistema sociale in cui vive
- l’interazione dell’imprenditore con manager e collaboratori
- la sua forza creatrice e distruttrice, la sua capacita’ di innovare, le modalita’ di gestione della tecnologia
- il legame tra imprenditorialita’ e crescita economica
- lo stretto legame o il nesso tra la persona (inventore/imprenditore) ed il processo di creazione, riconoscimento o sfruttamento di opportunita’ di business.
- il ruolo sociale dell’imprenditore
- l’etica imprenditoriale

Il protagonista di questo film e’ proprio un inventore-imprenditore. E’ testardo e caparbio come molti imprenditori (Schumpeter usava un’immagine molto evocativa e sosteneva che gli imprenditori sono in grado di nuotare contro la corrente). E’ geniale ed ha un’idea brillante come moltissimi imprenditori innovativi. Sperimenta sulla sua pelle la dura legge del business, le ingiustizie e le vessazioni come spesso accade a molti imprenditori. Ne emerge una figura complessa e allo stesso tempo eroica. Forse titanica. Ma gli imprenditori-inventori sono forse degli eroi? Liberiamoci per un attimo dagli stereotipi dell’imprenditore mediatico: il Tanzi, il Berlusconi, il Briatore, il DeBenedetti o il Della Valle. Che a torto o a ragione stanno simpatici o antipatici. Pensiamo piuttosto ai tanti piccoli e medi imprenditori che popolano le nostre aree metropolitane, che danno lavoro, magari e ‘vecchi’ e ‘nuovi’ italiani e permettono loro di crearsi un futuro migliore. A chi paga le tasse onestamente e sente tutto il peso di una fiscalita’ eccessiva e di una burocrazia che non supporta, ma stritola. Agli imprenditori che con coraggio si affacciano sui nuovi mercati emergenti e con ostinazione provano a vendere e conquistare clienti lontano da casa. Non sono forse queste persone degli eroi della quotidianita’? E non sono le imprese delle “comunita’ di persone nelle relazioni, nelle funzioni e nelle posizione di tutti i suoi soggetti”, secondo la felice espressione di Giovanni XXIII?
Michael Novak, forse tra i piu’ grandi filosofi e giornalisti cattolici contemporanei ha scritto un bellissimo libro dal titolo L’impresa come vocazione dove associa al mestiere dell’imprenditore una vera e propria chiamata. Una vocazione a seguire la propria strada, fatta di responsabilita’, di etica, di affermazione della propria liberta’ e della forza creatrice. Cito il suo libro perche’ Novak delinea le tre virtu’ cardinali degli imprenditori, che bene risaltano nella storia che tra breve avrete occasione di vedere. Innanzitutto la creativita’: ed il nostro prof. Kearns e’ un inventore creativo e geniale, la capacita’ di fare comunita’: e vedrete il prof Kearns in azione sia all’universita’, che con la sua famiglia (due importanti comunita’) ed infine la terza virtu’ e’ quella della concretezza, che al docente di ingegneria certo non manca.

Vi lascio con una la domanda con cui ho aperto questo mio intervento: in questo film siamo di fronte ad un inventore pazzo ed incosciente al punto da mettere a rischio il benessere della sua famiglia ed il futuro dei suoi figli oppure ad un piccolo grande uomo con fame e sete di giustizia? Questa e’ una domanda aperta a cui ognuno di noi puo’ dare una risposta al termine del film. Che cosa avremmo fatto al posto del professor Kearns?

Grazie alle recenti misure del governo Monti, per un giovane under 35 creare una nuova impresa non sarà più un’impresa. Misure quasi rivoluzionarie che devono tuttavia essere completate con un grande intervento di respiro nazionale relativo alla formazione imprenditoriale. È possibile insegnare ai più giovani ad essere imprenditori? Certo. Ed è anche possibile ispirare le giovani generazioni gettando lungo il loro percorso educativo e scolastico il seme dell’imprenditorialità. Solo in questo modo gli innovativi provvedimenti di Monti potranno essere uno strumento fecondo. I futuri capitani d’azienda devono essere sensibilizzati e formati in maniera adeguata e completa. Grazie a un impegno sinergico e trasversale di scuole, università, camere di commercio, associazioni datoriali.
L’esperienza sul campo è uno strumento molto, anzi troppo rischioso. Lo sanno bene nei paesi anglosassoni dove la entrepreneurship education è rivolta in particolare a tutti quegli studenti che non seguono un percorso scolastico ed universitario di matrice economica. Si tratta di corsi, workshop, incontri con imprenditori, presenze effettive in azienda, simulazioni di vita aziendale e decisioni strategiche, business games, che sensibilizzano gli studenti, a partire dalla scuola elementare, fino alle aule universitarie sui temi della creatività, della gestione aziendale, dell’innovazione, della gestione delle risorse umane, della strategia, della concorrenza. Percorsi che sviluppano la crescita di quelle abilità necessarie a creare e gestire una nuova impresa. Una marcia in più che può risultare utilissima anche per chi svolge un lavoro dipendente.
Qui in Italia la formazione imprenditoriale è affidata alle iniziative sporadiche, non coordinate, poco formalizzate, delle camere di commercio, delle associazioni di imprenditori e di qualche illuminato insegnate delle scuole superiori o docente universitario. Troppo poco. Consigliamo dunque al governo e al parlamento di darsi da fare e riprendere in mano un’agenda europea poco conosciuta.
Si chiama Agenda di Oslo e non ha nessuna parentela con la più sfortunata Agenda di Lisbona. È un ricco documento che raccoglie le migliori pratiche ed iniziative di formazione imprenditoriale attuate nel resto d’Europa. Questo può essere il punto di partenza grazie al quale il ministero dello sviluppo economico insieme al ministero per l’istruzione e l’università possono’ costruire un piano nazionale per la formazione imprenditoriale.
Lo scopo non è certo quello di creare un’intera popolazione di imprenditori, ma di: 1) vincere i tradizionali pregiudizi nei confronti del fare impresa; 2) aumentare il potenziale di ciascun individuo per sviluppare la creatività, prendere l’iniziativa, assumersi la responsabilità e valutare il rischio, essere indipendenti, lavorare in team; 3) incrementare atteggiamenti e comportamenti “imprenditoriali” anche per lavoratori dipendenti nell’ambito pubblico come in quello privato.
Una formazione che mira dunque a creare cittadini, lavoratori ed aspiranti imprenditori più responsabili, proattivi, creativi e dinamici. Uno strumento indispensabile per gettare quel prezioso seme dell’imprenditorialità che non può nascere solamente nei figli e nelle figlie degli imprenditori. Una società dinamica e competitiva ha bisogno di questo seme, per promuovere l’ascesa sociale degli individui e garantire a tutti pari opportunità. Una società immobile, invece, si cristallizza nelle dinastie imprenditoriali. Che a volte hanno successo, ma che troppo spesso falliscono.
L’auspicio è dunque che il governo voglia completare con urgenza le misure per l’imprenditoria giovanile con l’introduzione sistematica della formazione imprenditoriale. Una via obbligata per garantire la competitività e la crescita di un paese realmente dinamico e ricco di opportunità per i suoi giovani.
Paolo Giacon

I sistemi economici sono spesso di fronte ad un dilemma. Crescita tumultuosa ed incondizionata liberando gli spiriti animali del capitalismo o decrescita felice, rispettosa dell’ambiente e della centralità della dimensione etica ed umana?
Quando un paese cresce ed esibisce tassi di crescita elevati sembra moltiplicarsi chi invoca un rallentamento dei processi economici, chi auspica una società pronta ad abbracciare l’ipotesi di una decrescita materiale della ricchezza compensata dalla crescita umana, sociale e spirituale dei singoli.
Quando invece i tassi di crescita sono prossimi allo zero e gli spettri della stagnazione o della recessione cominciano a manifestarsi, allora politici, giornalisti, studiosi, commentatori, invocano la cosiddetta ripresa ed il ritorno ad una vigorosa crescita economica in grado di sostenere lo sviluppo.
Ci rendiamo conto, infatti, che valori prossimi allo zero o negativi della variazione percentuale del Pil comportano puntualmente difficoltà per imprese, calo dei consumi, licenziamenti di massa, disoccupazione, crisi sociali e tensioni.
In realtà non siamo di fronte ad una scelta netta tra le due alternative: crescita incondizionata o decrescita rassegnata ma felice.
La vera questione riguarda le modalità della crescita. Riteniamo infatti non solo che sia “tempo di crescere”, ma che sia necessario crescere in maniera responsabile, facendo tesoro degli errori e delle distorsioni del passato.
Crescita, qualità e diritti sono tre elementi indissolubilmente legati tra loro. Lo sviluppo economico deve essere ricercato dai nostri sistemi sociali e produttivi non fine a se stesso ma finalizzato allo sviluppo umano, sociale e culturale di una comunità.
Quello della crescita economica responsabile è un valore. Abbiamo bisogno, innanzitutto, di più imprese e di imprese migliori. In secondo luogo non dobbiamo avere paura della crescita: gli esseri umani vogliono naturalmente migliorare la propria vita; quella della crescita e del miglioramento è dunque un’aspirazione naturale.
Quanto più una società cresce, tanto maggiori sono le risorse che essa può destinare al welfare, alla cura delle malattie che accorciano la vita o la rendono meno serena. Dobbiamo far fronte all’invecchiamento diffuso. E ci vogliono risorse adeguate.
È stato, inoltre, dimostrato che crescita e riduzione della povertà vanno di pari passo. La crescita dei redditi, inoltre, porta gli individui ad esigere, potendo permetterselo, un ambiente di vita più pulito e più sicuro. Con la ricchezza cresce anche la propensione ad abbracciare i valori e le istituzioni della democrazia. Se diffusa e non concentrata nelle mani di pochi, la crescita attenua le tensioni sociali e da speranza alle popolazioni, come ha recentemente ricordato l’economista William Baumol.
Il problema dunque non è se crescere o decrescere felicemente ma “come” crescere, individuando limiti e modalità del processo di crescita economica. Non combattendo i fenomeni legati alla crescita tout court, ma contrastando e mitigando il suo “lato oscuro”.
Siamo dunque convinti che il modello capitalista vada corretto, aggiornato, migliorato, mantenendo tuttavia l’obiettivo della crescita, della creazione di valore e della redistribuzione della ricchezza.
In questo contesto il solo profitto e la massimizzazione delle risorse e dei fattori della produzione non sono l’unica guida delle scelte economiche e strategiche. Coesione sociale, ambiente, diritti umani, pari opportunità, cultura e sapere diventano elementi stessi del processo di sviluppo economico. Un processo animato da una vis imprenditoriale, che ne costituisce il motore primario ed indispensabile. E che non possiamo trascurare ed umiliare come invece sta facendo l’attuale governo.
Se vogliamo davvero archiviare a livello locale e globale questa terribile crisi, non possiamo che scommettere su una nuova classe di imprenditori.
Uomini e donne che con coraggio siano creatori di valore e di profitto e siano guidati non dagli spiriti animali del capitalismo, ma dagli spiriti umani dell’etica della responsabilità.

Paolo Giacon

Tempo di crescere? Questo il titolo del volume che sara’ presentato il 19 ottobre alle ore 17.15 presso l’Aula Nievo del Cortile Antico del Bo’ (via VIII Febbraio 2, Padova) durante un evento che prevede i saluti iniziali del Magnifico Rettore dell’Universita’ di Padova, prof.Giuseppe Zaccaria e del presidente della Casa Editrice Cleup, prof. Ambrogio Fassina ed una tavola rotonda a cui parteciperanno Giorgio Brunetti, docente dell’Universita’ Bocconi, Fabio Franceschi, presidente di Grafica Veneta, Franco Traverso, presidente di Silfab, Roberto Siagri, presidente di Eurotech e Sandro Mangiaterra, giornalista del gruppo Espresso. Alla tavola rotonda parteciperanno anche i due curatori del volume edito da Cleup: il prof. Moreno Muffatto, direttore del Dipartimento di Innovazione Meccanica e Gestionale dell’Università degli Studi di Padova e responsabile scientifico del Forum Ricerca Innovazione Imprenditorialita’ e l’ing. Paolo Giacon, assegnista di ricerca presso la Facolta’ di Ingegneria. La prima parte contiene saggi di Salvatore Rossi (Segretario Generale del Direttorio della Banca d’Italia), Moreno Muffatto, Roberto Siagri, Paolo Giacon, Roberto Saracco (direttore del Future Centre di Telecom Italia), Luca De Biase (direttore di Nova – Il Sole 24 Ore) e Francesco Jori (giornalista). La seconda parte del volume approfondisce cinque casi aziendali paradigmatici: Expert System, Loccioni, Silfab, H-Farm, NicOx. Sara’ possibile seguire i lavori dll’evento di presentazione e porre domande ai relatori della tavola rotonda collegandosi a Facebook (profilo RieForum Padova) oppure a Twitter: @rieforum.

(continua…)

Finalmente è stata recuperata la famosa lettera della BCE al governo italiano. Per vie traverse come confessa il Corriere della Sera. Lettera molto chiara, in tre parti, misure strutturali del sistema economico e per la crescita, misure per la sostenibilità delle finanze pubbliche, e misure di efficienza della pubblica amministrazione.
Nulla di sconvolgente, cose già sentite tante volte, addirittura promesse come l’abolizione (in parte) delle Province poi sparite dai provvedimenti presi. “aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici”. E poi “liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali”. “Contrattazione a livello di impresa”. Garanzie contro la disoccupazione e riallocazione delle risorse verso settori più competitivi (modello danese?)
Il punto non è ridurre gli stipendi pubblici ma ridurre i posti di scarso valore e utilità. In questo modo si riduce la spesa pubblica, non già tagliando orizzontalmente un po’ a tutti, ma facendo un’operazioni di taglio mirate. Così si deve intendere per esempio “l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)”. Ma si sa che qui la politica offre le maggiori resistenze.
E poi cercando di ottenere maggiori efficienze: “Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali”, che significa ancora tagliare posti e poltrone. La lezione della Grecia, che facciamo finta di non vedere, è che non si può alimentare impiego pubblico con debito pubblico.
Dulcis in fundo “negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l’uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione) “. Se non hanno indicatori e sistemi di misura non si può misurare qualità e prestazioni a tutto vantaggio di inefficienze e sprechi, ma anche minori vantaggi per il sistema economico. E’ il caso di giustizia e istruzione.
Di seguito la lettera della BCE, buona lettura! (continua…)

Ho letto (finalmente) Storia della mia gente di Edoardo Nesi industriale tessile di Prato con talento e passione letteraria e per questo vincitore di premi letterari tra cui lo Strega proprio per questo libro nel 2011.
La storia è nota per chi segue le vicende economiche italiane e riguarda la crisi del distretto tessile di Prato, l’invasione dei prodotti cinesi, la presenza, nella stessa area di Prato, di imprese cinesi senza regole.
La rabbia e la protesta per un mondo di persone, attività, imprese, prodotti di eccellenza tutti destinati a soffrire una concorrenza inaspettata, non contrastata ma soprattutto crudele. Crudele perché finisce per sconvolgere esistenze e distruggere i sogni di un tempo.
Nesi ci ricorda un’imprenditorialità romantica fatta di grande lavoro e passione per l’azienda che è colta impreparata a reagire ad un urto troppo forte. (continua…)

First Generation Entrepreneurs

luglio 22nd, 2011

La vitalità e la sostenibilità nel lungo periodo di un sistema economico dipendono anche dalla qualità del cambiamento generazionale che avviene nelle aziende, ed in particolare dalle caratteristiche di quei giovani imprenditori che prendono le redini dell’azienda di famiglia oppure che creano un’azienda ex novo. Il secondo percorso impone al nuovo imprenditore di sviluppare capacità e strategie che permettano al proprio business di sopravvivere e svilupparsi anche in un ambiente non sempre favorevole (si veda ad esempio il rapporto annuale “Doing Business”).
I giovani imprenditori di prima generazione costituiscono un sottoinsieme dell’insieme più ampio dei giovani imprenditori che operano nel nostro Paese. Spesso i giovani imprenditori di prima generazione realizzano modelli di business particolarmente innovativi anche con l’impiego di tecnologie d’avanguardia. In altri casi entrano in settori maturi e raggiungono risultati rilevanti grazie a passione, sacrificio e creatività.
La nascita e lo sviluppo di nuove piccole imprese gestite da giovani imprenditori rappresenta un contributo di fondamentale importanza per la crescita e lo sviluppo economico. L’affermarsi di nuovi imprenditori di prima generazione risponde parzialmente a quel bisogno di rinnovamento della classe imprenditoriale che stimola l’innovazione ed il cambiamento.
Di fondamentale importanza è fornire dei modelli di successo che siano anche di riferimento per i più giovani. E i modelli imprenditoriali di successo non sono sufficientemente veicolati dai media. (continua…)

Il primo incontro con un imprenditore lo ricordi sempre. Ed è sempre diverso. Si conferma che queste persone pur avendo in comune l’aver realizzato qualcosa di importante sono molto diversi per carattere, stile, visione delle cose e del futuro.
Ho incontrato Massimo Bianchi alla fine dello scorso anno e la prima impressione è stata la straordinaria calma e umiltà nell’approccio.
Eppure nel suo caso la realizzazione è di tutto rispetto e per certi versi esemplare. Pur appartenendo ad una famiglia che da sei generazioni produce chiavi, ha deciso ad un certo punto di abbandonare l’azienda di cui era ai vertici (Silca) che per effetto dell’ingresso nel capitale di società multinazionali aveva perso quello stimolo imprenditoriale di cui si sentiva ancora capace di esprimere. E così nel 2002 acquisisce una piccolissima impresa, la Keyline, e la porta ed essere una leader del mercato in pochi anni. Quanti avrebbero fatto lo stesso passo? Rimettersi totalmente in gioco ed affrontare una sfida imprenditoriale nuova, in pratica da zero. (continua…)

Integrazione delle conoscenze

giugno 28th, 2011

La conoscenza avviene grazie al confronto di saperi diversi. L’integrazione delle discipline è una necessità inevitabile, se un tempo ogni formazione era specializzata e concepita a sè, non si pensava certo ad introdurre discipline molte lontane come la psicologia o la filosofia con l’ingegneria meccanica, ora stiamo assistendo ad una fertile conversazione tra portatori di prospettive diverse, ognuno porta la sua visione ed ogni contributo, aiuta ad arricchire l’oggetto e a comprenderne la complessità. Le aziende ora hanno bisogno di integrazione e connessione. Alcune si sono già avviate per questa strada. (continua…)

VALE LA PENA INVESTIRE

giugno 21st, 2011

Presento i due vincitori di TR35 Giovani Innovatori, il premio che abbiamo organizzato in collaborazione con TR Italia. Una piccola premessa sul concorso: TR35-GI si propone di raccogliere il meglio delle idee innovative e dei progetti di ricerca applicata che presentano potenzialità di creazione di nuove imprese. Si ispira a TR35, un progetto ideato dalla storica rivista americana «Technology Review», che promuove la diffusione delle tecnologie emergenti ed analizza il loro impatto economico e sociale. Abbiamo deciso di portare questo progetto anche in Italia, perché crediamo nei nostri giovani talenti. Ecco i due vincitori della prima edizione. (continua…)